Che cosa fa un Innovation Philosopher?

In PMI non lavoro sulla “comunicazione”. Lavoro su ciò che le parole fanno, su come vengono usate e su ciò che lasciano dietro di sé.
Molte aziende dicono di avere un problema di comunicazione.
Io penso che il problema sia più radicale.
Non ci si fraintende solo perché si parla male.

Ci si fraintende perché le stesse parole vengono usate in mondi diversi, producono effetti diversi, pesano diversamente a seconda di chi le pronuncia e non coincidono mai del tutto con ciò che sembrano voler dire.

Per questo parto da quattro filosofi.

Il secondo Wittgenstein mi aiuta a vedere che il significato di una parola non sta nella parola in sé, ma nel suo uso.
Quando si dice “urgenza”, “qualità”, “responsabilità”, “innovazione”, non tutti stanno parlando della stessa cosa.
La parola è identica. Il gioco linguistico no.
L'imprenditore, il commerciale, l'amministrativa abitano forme di vita differenti anche dentro la stessa organizzazione.
E lì nasce una parte del conflitto.

Deleuze mi ricorda che il linguaggio non descrive soltanto.
Produce.
Una frase come “dobbiamo essere più agili” non è mai neutra.
Mette in moto energia, ansia, difesa, accelerazione, talvolta perfino caos.
Le parole non servono solo a spiegare.
Attivano relazioni, posture, resistenze, possibilità.

Foucault aggiunge un punto, spesso, rimosso: non tutti parlano con lo stesso peso.
La stessa frase detta da un operaio, da un manager o da un consulente non genera lo stesso effetto.
Perché il linguaggio non è mai separato dal potere.
Ogni organizzazione ha le sue voci autorizzate, i suoi silenzi strutturali, i suoi regimi impliciti di verità.

Derrida mostra ciò che si preferisce non vedere: nessuna parola organizzativa è mai davvero trasparente a se stessa.
“Visione”, “efficienza”, “trasparenza”, “innovazione”: parole chiare ma portano con sé rinvii, ambivalenze, esclusioni, non detti.
Spesso il conflitto nasce da ciò che una parola lascia in ombra.

Il mio apporto nelle imprese non consiste nel “migliorare la comunicazione” in senso estetico.
Consiste nel capire come sono usate le parole, cosa mettono in moto, chi ha il potere di farle valere, cosa lasciano fuori campo.

Wittgenstein: uso
Deleuze: effetto
Foucault: potere
Derrida: scarto

Un’impresa non è fatta solo di processi, numeri, organigrammi e strumenti. È fatta di linguaggi che si sovrappongono, si impongono, si svuotano, si fraintendono, si difendono.
Il vero lavoro non è riempire le aziende di parole nuove.
È restituire senso a quelle che usano già.
Non entro in azienda per portare formule.
Entro per leggere attriti, tradurre mondi, far emergere gli impliciti e trasformare il linguaggio da zona di frizione a spazio operativo di consapevolezza.
Per me è riconoscere che ogni parola organizzativa è un uso situato, una forza produttiva, un atto dentro rapporti di potere e un testo mai del tutto chiuso.
Da lì inizia ogni trasformazione seria.